Il confine tra queste due dimensioni si è fortemente ridotto. Se prima il manager doveva presidiare i processi oggi è chiesto a Lui non solo il raggiungimento degli obiettivi ma anche la definizione del come e del quanto. In alcuni casi questo richiede, a sua volta, l’esercizio di competenze imprenditoriali (sensibilità economica, orientamento al risultato, negoziazione, capacità creativa, ecc.; solo per citarne alcune) che il manager dovrà sviluppare ed ottimizzare.

Se prima l’imprenditore era concentrato solo sullo sviluppo del business, oggi questa figura deve sempre più monitorare la pianificazione e l’attuazione delle azioni necessarie a raggiungere i traguardi dell’impresa; in alcuni casi si trova a coordinare direttamente la realizzazione delle attività necessarie.
Questa contaminazione ha una ricaduta diretta sui processi di adattamento delle persone coinvolte e delle loro organizzazioni.

Oggi infatti le aziende richiedono manager che operino con una autonomia di azione sempre più larga, che comprenda la scelta di politiche di sviluppo, accanto alla gestione dei processi operativi, il tutto in linea con obiettivi strategici e budget concordati con l’Alta Direzione e/o la proprietà. L’azione manageriale si concretizza così nello sviluppo di attività di coordinamento, supervisione e indirizzo dei propri collaboratori ma spesso anche di azioni che impattano strategicamente sull’organizzazione dell’azienda, dell’area o della funzione che si gestisce.

Dall’altro lato, soprattutto nelle PMI, è molto frequente l’intervento diretto dell’imprenditore nella propria organizzazione che incide nella gestione, sia per mancanza di un management intermedio sia per assenza di deleghe operative sia per necessità di coordinare in modo diretto le azioni, con l’obiettivo di incidere in maniera sempre più efficace sui risultati.

Le due identità così rischiano di sovrapporsi e di generare confusione nel gruppo dei collaboratori, ma anche verso l’esterno nei confronti di clienti e di fornitori.

Vi possono essere infatti questioni legate alla legittimazione di azioni sviluppate dal manager e non dichiarate alla parte imprenditoriale e viceversa azioni intraprese dall’Alta Direzione senza una condivisione da parte del management.

Ma allora è possibile tracciare il confine tra le due dimensioni? E a quali condizioni non si sovrappone l’azione manageriale a quella imprenditoriale?

Gli elementi che garantiscono chiarezza e trasparenza nell’organizzazione sono essenzialmente due: la descrizione di responsabilità precise che evitino sovrapposizioni e siano da tutti conosciute e condivise; dall’altro la definizione della Mission (chi siamo) e della Vision (dove siamo diretti) ma soprattutto degli obiettivi strategici di medio (1-3 anni) e lungo periodo (dai 5 anni in poi). Oltre a questi presupposti diventa necessario un lavoro di squadra capace di riallineare velocemente l’azione imprenditoriale (diretta allo sviluppo del business) con l’azione manageriale (orientata alla gestione di progetti e processi).

Nei mercati odierni si assiste a continui cambiamenti nel mondo della comunicazione e del marketing aziendale, al fallimento dei tradizionali modelli di pubblicità ad una continua ricerca di nuove strategie.

Per discutere su come cavalcare i nuovi mercati in tempi di crisi e studiare quei modelli aziendali che si sono rivelati di successo, i più grandi esperti di word of mouth marketing provenienti da tutto il mondo si incontreranno a Parigi, il 30 e 31 marzo, alla Marketing 2.0 Conference, organizzata dal Brand Science Institute e da Vanksen e ospitata dalla ESCP-EAP University. Più di 200 gli esperti di marketing e social media di livello internazionale: tra questi rappresentanti di Facebook, Nike, Virgin Group e South West Airlines.

Tra loro anche gli italiani Mirko Pallera e Alex Giordano, strategy e creative director dei Ninja LAB – il laboratorio di marketing non-convenzionale nato da NinjaMarketing.it – e coautori del best seller Marketing Non-Convenzionale, edito dal Sole 24Ore.
I Ninja presenteranno in anteprima mondiale la ricerca che stanno conducendo sulla chimica della viralità ed illustreranno il concetto di Viral-DNA, focus del loro prossimo libro.

Presenti alla conferenza anche esponenti delle agenzie creative, tra cui Steven Erich di Crispin Porter + Bogusky e Michael Wall, presidente di Fallon, agenzia di Sony Bravia.

< il che hanno delle del e di dei ambassador.
Agenzie ed esperti di pubblicità mostreranno i più evoluti strumenti utilizzati per la misurazione del ROI come risultato delle campagne online.

(da mymarketing)

Il modello lavorativo a cui ci stiamo ormai abituando, anche in Italia, lascia sempre meno spazio agli incontri in ufficio. Assets immateriali come collegamenti internet flat, web conference, strumenti di social networking stanno diventando i cardini di rapporti lavorativi (e non solo) sempre più virtuali.

Questa rivoluzione è stata resa possibile dall’avvento dell’informatica e, soprattutto, di Internet che ha trasformato l’azienda in uno spazio sempre più flessibile, dinamico ed informale.

Indipendentemente dall’entità del fatturato e del numero di addetti, infatti, un’azienda oggi tende a ridimensionare gli spazi fisici, perché ogni spazio ha un suo costo.

Questo spiega, ad esempio, perché, un’azienda è viene individuata non più tanto in base alla sua localizzazione e quindi al suo indirizzo postale, quanto con un elenco di indirizzi email consultabili da più persone sempre ed ovunque.

Miracolo di internet che ha portato alla digitalizzazione e smaterializzazione di tutti i documenti.

In quest’epoca si è ridotto anche quello che in passato rappresentava un simbolo di potere, la scrivania. I tavoli da lavoro si rimpiccioliscono, anche perché è cresciuto nel frattempo il numero di laptop. E spesso una postazione non appartiene e non si identifica più con una sola persona, ma viene utilizzata da più risorse. E’ il cosiddetto hotelling, l’ufficio hotel dove il lavoratore prima di andare in ufficio, prenota una postazione alla reception che controlla e regola il traffico dei dipendenti in azienda.

Allo stesso modo anche gli spazi occupati dai documenti si sono ridotti. Grazie alla digitalizzazione dei documenti, le informazioni si raccolgono e salvano in file collocati su server protetti da password, accessibili sempre ed ovunque.

L’ufficio così concepito ci è sempre vicino: ci segue, chiuso in una tasca o in una borsa di pochi chilogrammi, pronto ad essere aperto in qualunque momento. Se da un lato questo moderno modello lavorativo ha semplificato alcuni aspetti della vita professionale (es. ci evita di correre in ufficio e percorrere lunghi chilometri di strada), dall’altro complica la gestione del lavoro e la creazione di squadre di lavoro affiatate.

Il rischio che oggi si corre è che le risorse “mobile” di questa nuova era, dominata da portatili, laptop, videofonini, smartphone e quant’altro, liberi di muoversi nel mondo e di gestire il proprio tempo possano allontanarsi irrimediabilmente dalla realtà aziendale e dai team di lavoro, perdendo di vista gli obiettivi aziendali. Per evitare questa situazione è fondamentale investire nel team building per fidelizzare, stimolare, incentivare le proprie risorse.

(da Spazio Impresa)

La trama ricorda la favola di Cenerentola.

Protagonista della brillante azione di comunicazione è Primadonna, brand emergente di calzature femminili.

Si è svolta a Roma una simpatica azione di guerrilla marketing, che ha raccolto l’adesione di centinaia di fanciulle. Un principe, vestito di tutto punto, alla ricerca della sua dama, ha chiesto alle donne in strada di indossare la scarpetta.

Una sgabello e molta ironia per coinvolgere le signore, che un po’ sorprese e un po’ divertite si sono sottoposte alla fatidica prova.

Buzz, foto, passaparola e rose rosse sono circolati per tutto il centro della capitale. Un sogno per qualche minuto, in un pomeriggio di grande rumore per un’inaugurazione non convenzionale.

L’azione, realizzata dall’agenzia Tom, ha coinvolto giovani donne e signore che hanno continuato a misurare scarpette anche all’interno del punto vendita.

(di Serena Poerio)

 

Nella nostra società veniamo costantemente informati della nascita di nuovi brand o ne conosciamo di nuovi grazie alla loro massiccia presenza nella vita quotidiana.

Spesso però siamo incapaci di ricostruire le eventuali relazioni che esistono tra i brand e tra brand e corporate.
Come è possibile codificare attraverso dei modelli l’architettura di queste relazioni? Possiamo sviluppare una serie di casistiche:

  • CORPORATE NON COINCIDE CON IL BRAND
  • CORPORATE COINCIDE CON IL BRAND
  • CORPORATE NON COINCIDE CON IL BRAND MA E’ DECLINATO
  • CORPORATE COINCIDE IN PARTE CON IL BRAND

CORPORATE E BRAND NON COINCIDONO

Un caso tipico è Unilever: l’impresa ha fatto della politica del one brand – one product la sua filosofia di branding, essendo presente con diverse marche in molte categorie di prodotto, ciascuna con uno specifico e ben distinto posizionamento e senza mai presentare il nome della corporate. L’impresa è presente in un solo mercato e cercherà di diventare leader nella categoria di prodotto senza legare il nome dell’impresa a nessuno dei segmenti che serve.

I vantaggi di questa tipologia di politica

Possibilità di entrare in nuovi segmenti senza necessariamente spendere il nome della corporate.
Questo porterà una libertà pressoché totale di entrare in nuovi mercati, evitando che eventuali fallimenti minino la credibilità della corporate e con essa quella dei restanti brand del portafoglio.

Anche Procter & Gamble può essere citata ad esempio; infatti, introduce sul mercato verso la fine dell’800 il sapone Ivory, poi è entrata in altri segmenti, mantenendo le identità separate: dal detersivo (tra le altre Dreft, Tide, Dash) al dentifricio (Crest) alle patatine (Pringles).

PROCTER & GAMBLE
Dash
Pampers
Ivory
Ace
Pringles

Relazioni vantaggiose nel rapporto con i distributori.
Infatti, lo spazio che questi destina all’impresa dipende dal numero di forti marche che questa presenta; se una marca si propone sul mercato con molti prodotti, il dettagliante soddisferà la sua esigenza di tenere il brand tra gli scaffali trattando solo alcuni di questi; mentre nel caso di un brand per prodotto, l’impresa riuscirà a spuntare più spazio a livello di portafoglio.

I principali aspetti negativi sono innanzitutto in termini economici

La corporate nella fase di lancio di un nuovo brand-prodotto deve necessariamente sostenere degli alti costi per gli investimenti in pubblicità e promozioni.

Inoltre, se l’indipendenza tra marche-prodotti evita i rischi di associazioni secondarie negative, annulla anche i potenziali benefici per i brand che potrebbero derivare dal successo di uno di questi. Se una marca del portafoglio riscuote molto successo sul mercato, le altre non ne beneficeranno perché entrambe si presentano senza riferimenti alla loro origine comune.

La corporate dovrà anche fare i conti con i distributori che opporranno resistenze in quanto poco propensi a tenere sugli scaffali in negozio delle marche dal futuro ancora da costruire in quanto praticamente sconosciute al consumatore.

I distributori, in quanto addetti ai lavori, hanno una buona conoscenza della corporate che si cela dietro i brand commercializzati, che pertanto saranno sensibili ai successi e fallimenti delle marche del produttore.

La saturazione di molti mercati rende infine sempre più difficoltoso il lancio di nuove marche.

CORPORATE E BRAND COINCIDONO

Con questo tipo di architettura, un unico brand sostiene i prodotti in mercati diversi, e ciascun prodotto ha la propria comunicazione e la propria promessa.

Illy caffè, caso di corporate/brand/prodotto, Yamaha è un brand forte e credibile nel settore motociclistico così come in quello degli strumenti musicali; Philips commercializza con il suo marchio hi-fi, computer, altra elettronica di consumo e componenti elettrici.

The company brand is the future diventando un capitale di valori per il consumatore, basti pensare a brand come Harley Davidson capaci di costruire un mondo relazionale generatore di un universo sociale e ideologico.

Principali vantaggi

Tutti i prodotti possono fare leva sulla notorietà dello stesso brand e godere di economie di scala a livello internazionale.
Nel caso di ingresso in nuovi mercati, l’elevato livello di brand awareness potrebbe rivelarsi preziosissimo per penetrare distributori e consumatori senza il dispendio di risorse necessario a costruirla.

La notorietà del brand può addirittura essere sufficiente ad avere successo in settori piccoli o dove sono richiesti pochi sforzi pubblicitari e di marketing in generale.

Principali svantaggi

Difficoltà a slegare la polarizzazione del consumatore su nuovi segmenti di mercato.

Possibili ricadute negative del fallimento di un prodotto in un mercato/settore su tutta la corporate.

CORPORATE FUNGE DA SORGENTE DI BRAND DECLINATI

E’ una strategia simile a quella ad ombrello, con la differenza che i prodotti hanno il nome della corporate declinato e non sono più denominati genericamente.

A prevalere, nell’equilibrio tra i due nomi, è quello del source brand: il nome del prodotto porta il contributo della sua individualità al servizio del nome del brand principale, che resta dominante.

Un esempio è Virgin Group di sir Richard Branson.

VIRGIN GROUP
Virgin Records
Virgin Atlantic Airways
Virgin Play
Virgin Cola
Virgin Resort e Hotel

Questa marca è un notevole esempio di come un brand può essere esteso, dai prodotti di registrazione ai voli aerei, agli abiti da sposa, mantenendo però benefici su tutti i segmenti sui quali è stato declinato.
La corporate risulta vincente in questa politica quando rappresenta uno stile di vita condiviso dai prodotti proposti ai mercati.

La corporate che sceglie questa strategia dovrà essere abile nel gestire i due ruoli e, inoltre, dovrà cercare di portare al consumatore due differenti livelli di profondità: il brand di livello gerarchico più basso arricchirà il significato della corporate con il proprio, che deve attrarre il segmento a cui è destinato.

Uno degli aspetti più critici, appunto, è quello del rispetto dell’identità della corporate sorgente, che definisce i confini da rispettare: i nomi del prodotto, per esempio, dovranno appartenere al campo semantico del brand sorgente e contenere nel proprio l’attribuzione della specificità del brand.
Questo potrebbe innescare una problematica legata al vincolo che si ha di legare troppo il brand al reale, senza concedergli la possibilità di proiezione nell’immaginario. Chiamarsi “Virgin Atlantic Airways” è sicuramente meno intrigante del nome “Volare”.

Qualora si voglia dare più libertà alla marca di livello gerarchico più basso, converrà adottare una strategia di endorsing brand, che potrebbe consistere nel collegare il nome della corporate al brand attraverso un “by”. Esempi di questa relazione potrebbero essere i profumi legati alle fashion company, (Eternity by Calvin Klein) o gli stilisti legati alle aziende di moda Guess by Marciano.

CORPORATE E BRAND COINCIDONO IN PARTE
E’ il caso di Coca-cola. La corporate Coca-cola Company ha tra i sui brand non solo il famoso brand di Atlanta, ma tante altre bevande quali Fanta, Sprite, Minute Maid, Oasis….

COCA COLA COMPANY
Coca Cola
Sprite
Fanta
Oasis
Minute Maid

Esiste quindi la possibilità per la corporate di essere brand di se stessa e corporate per altri brand.

(di Paolo Meroni)

Un brevissimo post questa volta, solo per solleticare la nostra fantasia. Dal prossimo anno i nomi delle pagine web potranno finire con .qualsiasicosa. Da poche ore infatti l’ICANN ha di fatto liberalizzato i domini Internet, questo vuol dire che gli indirizzi dei siti Internet potranno quindi concludersi con qualsiasi parola in qualsiasi lingua. L’ICANN comincerà a prendere in considerazione la creazione di nuovi domini web a partire dal prossimo anno.

A me sembra una notizia di rilevanza planetaria, anche se non ho ben capito se sarà un bene o un male. É vero che la gente comune e le aziende non hanno mai ben capito la differenza tra un dominio .com oppure .org anche se questi erano nati per catalogale in modo ordinato le tipologie di società e iniziative. Col tempo si è perso il senso e l’unica cosa importante era quella di “accaparrarsi” il maggior numero di estensioni per il proprio dominio.

In questi anni abbiamo assistito anche a compravendite più o meno costose e più o meno legali di domini da privati verso società, magari oggetto di spionaggio industriale.

Il Los Angeles Times nelle sue pagine riassume una primissima e ovvia visione del futuro: “Le aziende, invece di avere domini come coke.com o nike.com, potranno comprare drink.coke o justdoit.nike. Gli enti senza fini di lucro potranno riservarsi l’utilizzo del dominio .scuola e darne uno a tutte le scuole. Le città potranno consolidare la loro presenza online con i domini .nyc o .losangeles. Gli appassionati di automobili e motori potranno farsi un sito .car, gli studi legali potranno avere un sito .law, i ristoranti potranno avere un .food e così via.”
Nuove possibili professioni con i domini web?

Questa dichiarazione mi fà pensare ad un possible flusso di domini particolari, magari nuove professioni che giraranno attorno all’uso creativo di questa possibilità. La mia tendenza ad estremizzare la visone del futuro, mi porta a pensare che sulla falsa riga di Facebook ogni persona possa avere la propria pagina web con indirizzo privato, magari persone della stessa famiglia accomunati dall’estensione “.cognomefamiglia”. Avremo quindi “padre.cognomefamiglia”, “madre.cognomefamiglia”, “figlio.cognomefamiglia”, etc…

Voi che ne pensate?

Ci siamo mai imbattuti in una foto su Internet e ci siamo chiesti dove è stata scattata?
Per scoprirlo possiamo affidarci ad un simpatico servizio che offre il sito WHERE IS THIS.

In pratica, chiunque accede a queste sito Internet, gratuitamente e senza bisogno di alcuna registrazione, può uploadare una foto che ritrae un monumento, un edificio, un panorama, e così via.

Sarà poi la comunità online a provare, magari con l’aiuto di Google Maps, ad individuare il luogo in cui è stata scattata la foto.

(www.wintricks.it)